La prima cosa a cui penso se mi chiedete di PortoI suoi colori, sopra ogni cosa. Quei murales brillanti sulle porte murate di edifici abbandonati; le azulejos bianche e blu della stazione ferroviaria di Sao Bento e quelle di mille e altri colori e motivi geometrici sulle facciate delle case; i riflessi del tramonto sulle acque del Douro, sempre diversi a seconda del punto da cui si guarda il fiume; i colori del legno di tutte quelle cantine che monopolizzano la riva sud del Douro; il legno caldo dei vecchi tram che si inerpicano su Rua das Carmelitas e il legno di quella maestosa scalinata neogotica che fa della Livraria Lello e Irmao una delle più belle del mondo; l’arancio dei tetti quasi sfiorati con la funicolare; i colori mossi della Ribeira quando arriva la sera e si comincia a fare festa; il grigio della nebbia portata dall’oceano al mattino che rende ogni scorcio ancora più affascinante; i colori sporchi del mercado do Bolhao in una mattina qualunque.

Dell’oceano, invece, ho capito che ha un rumore tutto suo. Non è come il Mediterraneo, lo Ionio o l’Adriatico. La sua grandezza la si trova nel rumore più che nello sguardo. Le onde sembrano piccole ma incessanti e muovono un’immensità d’acqua nel profondo. L’oceano non si ferma mai, non è mai piatto o stanco. E’ da lì da sempre e non ha intenzione di riposarsi, nemmeno per un secondo. Diventa un tutt’uno col cielo quando all’alba e al tramonto lascia salire verso l’alto quella foschia avvolgente che rende ogni colore più sfumato. E’ forte e freddo, ti afferra e poi ti abbraccia, ma senza calore. I surfisti lo sfidano anche oltre il tramonto e lui li solletica, gli da l’illusione della vittoria e poi li sovrasta. Le scogliere nere e rocciose lo proteggono, provano a definirne i confini sfuggenti. E visto da lassù, da quelle scogliere vertiginose, mentre il sole affonda nell’acqua, capisci che l’oceano con quei colori, quel rumore, quella nebbia, non lo dimenticherai mai più.

Lisbona la definirei semplicemente maestosa. Mi ci sono immersa per 24 ore e 28 chilometri. La mia personalissima unità di misura portoghese. A volte stretta, a volte altissima. Bianca, accecante, calda. Il castello che la domina dall’alto e quel gioco di riconoscerne tutti gli scorci più belli da sopra quelle mura. Una distesa di tetti sotto i piedi e lo scorrere veloce della vita in un lunedì di fine luglio. Quelle sue colonne d’Ercole che ne sanciscono l’ingresso dall’acqua in Praca do Comercio la fanno sembrare aperta, accogliente. Ma poi volti le spalle al fiume e l’imponente Arco da Rua Augusta ti chiama, sussurra il tuo nome: vuole farti accedere in un regno segreto, destinato a una piccolissima elite. Superi quella porta e non sai bene dove guardare, tra bellezza e trambusto. Però ti senti incluso, ti senti dentro. Lisbona è per me la dea delle similitudini, a volte sembra Parigi, a volte sembra la Grecia. Dipende da dove la si guardi. C’è un po’ di Brasile nella statua imponente del Cristo Rei che si intravede persino da Belem e un po’ di Brooklin nel Ponte 25 de Abril. E’ simile a tante altre eppure unica.

E infine ci sono tutti quei luoghi, quegli attimi, quelle visioni che tieni gelosamente per te. Che a spiegarle a parole, hai paura di sciuparle. Forse se avessi tele bianche, piuttosto le dipingerei.

La mia corona di fiori e il tuo compleanno medievale a Obìdos, una sangria di troppo, la valle del sughero, gli abbracci per difendersi dal freddo inaspettato, l’odore delle pastine di Belem ancora calde, l’ansia all’aeroporto, le messe nere nel centro di Porto, le mille declinazioni della parola “bacalhau”, il serbatoio in riserva, i baristi scortesi, le cucine chiuse alle 23, quel bosco di Sintra, i calzini bagnati al tramonto. E poi la felicità. Di chi trova un compagno di viaggio e di vita per cui ne valga davvero la pena.

“I viaggi sono i viaggiatori” (Fernando Pessoa. E chi sennò?!)